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IL TEMPO È CERVELLO: IMPORTANZA DI DIAGNOSI PRECOCE ED INTERVENTO TEMPESTIVO NELLE MALATTIE NEUROLOGICHE

Tempo È Cervello

Milano, 10 marzo 2016 – Tempo È Cervello il tema al centro della VI edizione della Settimana Mondiale del Cervello, promossa in Italia dalla Società Italiana di Neurologia (SIN), che si celebra dal 14 al 20 marzo.
Con il tema di quest’anno, la SIN intende declinare il rapporto tra il tempo e le malattie neurologiche, non solo con riferimento all’urgenza, ma anche all’esigenza di diagnosi tempestive e di soluzioni anticipatorie nelle malattie croniche.

CERVELLO E TEMPO

Prof. Leandro Provinciali
Presidente SIN e Direttore della Clinica Neurologica e del Dipartimento di Scienze Neurologiche degli Ospedali Riuniti di Ancona

Il Tempo è Cervello nel suo significato più neuroscientifico

1. I meccanismi del cervello che sottendono alla percezione del tempo
Il nostro cervello percepisce il tempo in relazione al succedersi delle informazioni che gli giungono e al loro progressivo cambiamento. I modelli di riconoscimento di una sequenza temporale (“so cosa succederà dopo”) consentono di prevedere l’evoluzione di un fenomeno e l’intervallo che intercorre fra la prima manifestazione e le successive (se cade un piatto da un tavolo mi aspetto di vederlo frantumato a terra pochi secondi dopo, ecc)
Oltre a ciò, è documentato che una parte del nostro cervello, il lobo frontale, è in grado di riconoscere la “sequenza temporale degli eventi”, cioè la capacità di identificare quali condizioni sono giustificate da eventi che debbono verificarsi prima, per poter rendere possibile l’evento successivo. Oltre a tale meccanismo, basato su una “sequenza logica”, può esserne utilizzato un secondo correlato alla cronologia degli eventi, cioè quanto avviene in certi momenti della giornata, della settimana, del mese o dell’anno interessato. E’ altresì evidente che la nostra percezione del tempo è correlata ai riferimenti temporali appresi e che questi non sono validi in tenera età o in caso di demenza. Infatti, fra i segni più significativi della Malattia di Alzheimer c’è la perdita della memoria episodica, cioè della capacità di ricordare eventi legati ad un preciso riferimento temporale. Di fronte a tale evidenza possono essere attivati i trattamenti finalizzati a rallentare l’evoluzione o contenere le manifestazioni della demenza abiotrofica

2. Il meccanismo neuronale che consente al cervello di tenere il tempo, il prima e il dopo un’azione
Alcune strutture cerebrali, soprattutto a livello del lobo frontale, sono deputate a individuare le attività che si realizzano in previsione o in conseguenza di un’azione. Tale meccanismo, assimilabile alla previsione di quanto deve accadere prima di un evento significativo, è attivo su molti versanti del funzionamento del cervello, da quello motorio a quello cognitivo.
In ambito motorio, ad esempio, decidendo di compiere un gesto significativo, ad esempio legato allo sport o all’utilizzo di un oggetto, vengono attuati meccanismi di preparazione all’esecuzione di quel gesto e, successivamente, azioni di “ripristino” della condizione di base. Anche nello svolgimento di un compito cognitivo, legato all’apprendimento di una serie di informazioni, il cervello attiva prima i ricordi che servono per “inquadrare” le informazioni a apprendere e, dopo aver espletato le attività necessarie per fissare la sequenza da memorizzare, attiva un meccanismo di “rinforzo” dell’apprendimento, ripetendo anche inconsciamente la sequenza fino a farla divenire abituale. Un’interferenza che si realizzi prima o dopo la fase di fissazione dell’informazione compromette sensibilmente la riuscita del processo di apprendimento. In caso di specifiche lesioni cerebrali, viene alterata la procedura che garantisce la realizzazione del processo: ad esempio, il soggetto non è in grado di realizzare sequenze di azioni finalizzate a raggiungere uno scopo (per vestirsi, ad esempio, bisogna prima indossare una manica e poi l’altra e quindi allacciare l’abito…). Tali difficoltà possono esprimersi nell’ambito dei compiti motori, di tipo gestuale o di utilizzo di particolari strumenti. In questi casi, la sequenza delle azioni semplici che configurano un gesto complesso, viene disgregata e non riesce a raggiungere le finalità proposte.

3. Le patologie legate alla errata percezione del tempo come disorientamento temporale
In alcune patologie, come nelle demenze, il paziente non riesce ad identificare il momento nel quale sta vivendo in relazione ai suoi riferimenti temporali: non rievoca il giorno, il mese o l’anno, o l’ora del giorno). Tale situazione può realizzarsi anche in seguito ad eventi traumatici che interessano alcune strutture quali il lobo temporale, per cui il soggetto perde il riferimento temporale delle sue esperienze (non sa cosa è successo prima dell’evento, ecc). In alcune condizioni, il soggetto è cosciente di non riuscire ad identificare il riferimento temporale di alcuni eventi; alla luce di tale consapevolezza può realizzare dei meccanismi di “sostituzione” degli eventi reali con altri immaginari. Tale condizione è frequente, ad esempio, in caso di encefalopatie tossiche quali quella etilica.

4. Quali patologie comportano l’errata percezione del tempo
Oltre a malattie degenerative o eventi traumatici, anche situazioni acute (intossicazioni, anestesie) possono compromettere la rievocazione di informazioni per un periodo antecedente o successivo all’evento (amnesia retrograda o anterograda). Il meccanismo attraverso il quale si realizza la compromissione della percezione del tempo è diversificata. Nelle principali forme di demenza, ad esempio, il soggetto non riesce a rievocare episodi della propria giornata, soprattutto se non legati ad un particolare contenuto emotivo. Nelle forme più avanzate, non riesce a legare le proprie abitudini giornaliere (come consumare un pasto o uscire) all’orario abituale di esecuzione. Per questo, nei centri residenziali dedicati a soggetti dementi, è frequente l’utilizzo di “richiami” che sottolineano il momento del giorno o della settimana che si sta vivendo (orologi, calendari, sequenze abituali dell’attività giornaliera, ecc).
Nell’ambito delle condizioni “episodiche” cioè caratterizzate da brevi periodi di alterazione della percezione del tempo, possono essere riconosciute tutte le manifestazioni che comportano alterazione dell’ ”attenzione sostenuta”, cioè della capacità di legare un’esperienza al riferimento temporale abituale. La condizione più comune è quella riferita ad eventi traumatici del cranio con alterazione del contatto con l’ambiente, nei quali si identifica una “lacuna mnesica” caratterizzata dall’incapacità di realizzare quanto accade in un lasso di tempo. Le condizioni alla base di tale incapacità di rendersi conto del tempo reale sono molteplici e di diversa natura: anche stimoli emotivi particolarmente intensi possono indurre il soggetto a “non accorgersi” del tempo che è passato. In alcune circostante, la difficoltà di percepire il tempo intercorso nello svolgimento di un’attività, può rappresentare un elemento di valorizzazione della stessa attività, la quale appare in grado di catturare l’attenzione del soggetto fino a “distrarlo” dai suoi riferimenti temporali.

5. Cosa comporta l’errata percezione del tempo
L’errata percezione del tempo compromette i riferimenti abituali della nostra vita e l’organizzazione della nostra attività. Pazienti dementi non si rendono conto di quando è ora di mangiare o di coricarsi e, in tal modo, vedono “disgregata la propria giornata”. E’ indubbio, però, che qualsiasi condizione, anche occasionale, comprometta i riferimenti temporali della nostra attività e limiti la possibilità di memorizzare le informazioni relative a tale attività. Sulla base di tal presupposto, eventuali esperienze condotte senza che si identifichino i connotati temporali, può essere rievocata come esperienza specifica ma non inquadrata correttamente nel proprio vissuto e quindi correlata ad altri eventi significativi. In altri termini, il soggetto può essere consapevole di aver vissuto un fatto significativo, ma non riconoscere in quale contesto esso si è realizzato. Anche tale condizione è correlata ai fattori che compromettono l’attenzione su base tossica (ad es. ebbrezza alcolica), iatrogena (utilizzo di farmaci sedativi o ipnotici) o per altri eventi clinici (ad es. crisi epilettiche o traumi cranici)

6. Il disorientamento temporale può costituire fattore predittivo di patologie neurologiche, e quali?
Il disorientamento temporale rappresenta abitualmente una condizione delle fasi avanzate delle malattie degenerative. In particolare una condizione di demenza, di varia natura, si associa a compromissione della collocazione temporale degli eventi. In realtà, nelle diverse forme di demenza, tale difficoltà si esprime diversamente in ragione delle diverse strutture cerebrali interessate dalla malattia. In alcuni casi, come nei danni vascolari o traumatici del cervello, il soggetto può perdere le informazioni correlate ad un certo periodo, conservando la struttura generale dell’organizzazione temporale degli eventi. In altre condizioni, di tipo degenerativo, la perdita di episodi non significativi della propria esperienza può rappresentare una fase iniziale del “mild cognitive impairment”, cioè della condizione che può preludere ad una vera demenza. Non bisogna però dimenticare che, con il crescere degli anni, può modificarsi la “strategia cognitiva” del soggetto, passando dalla memorizzazione di singoli eventi e di particolari dettagli alla tendenza a rievocare esperienze nella loro globalità, senza cura di alcuni elementi. In tale condizioni, la rievocazione delle esperienze può essere guidata dalla risonanza emotiva delle stesse.
Come già espresso, anche condizioni transitorie possono essere responsabili del disorientamento temporale, come avviene per fatti traumatici, tossici o per l’uso di farmaci sedativi ed ha espressione transitoria. Una condizione particolare è rappresentata dall’ ”amnesia globale transitoria” nella quale il soggetto si comporta correttamente ma perde i riferimenti temporali per minuti o poche ore, senza ricordare le motivazioni della sua attività. Tale condizione, a prognosi sicuramente favorevole, può essere più frequente in alcuni soggetti, quali gli emicranici, e non rappresenta un fattore predittivo per un futuro deterioramento cognitivo

L’ICTUS: PRENDERE TEMPO = PERDERE IL CERVELLO

Prof. Elio Agostoni
Direttore della Struttura Complessa Neurologia e Stroke Unit del Dipartimento di Neuroscienze, Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano

L’ictus cerebrale rappresenta un rilevante problema di salute pubblica, è la prima causa di disabilità, la seconda causa di demenza e la terza causa di morte nel mondo industrializzato. In Italia vi sono circa 200.000 nuovi ictus ogni anno e circa 1.000.000 di persone vivono nel nostro Paese con esiti invalidanti della malattia.
L’ictus ischemico in fase acuta rappresenta un’emergenza neurologica tempo-dipendente.
La gestione dell’ictus acuto richiede una complessa articolazione di programmi e di azioni puntuali capaci di assicurare l’efficienza del processo e l’efficacia della cura. La cabina di regia per la gestione del paziente con ictus acuto è la Stroke Unit che ha prodotto forti evidenze scientifiche a supporto del miglioramento dell’esito clinico sia in termini di mortalità che di disabilità residua.
Oggi la miglior terapia per l’ictus ischemico in fase acuta è la trombolisi sistemica che consiste nella somministrazione di un farmaco capace di disostruire l’arteria cerebrale occlusa. Un drastico cambiamento nel trattamento della fase acuta dell’ictus è avvenuto recentemente, quando l’utilizzo di device meccanici per via endovascolare ha prodotto un marcato miglioramento nell’outcome clinico dei pazienti.
Nei primi mesi del 2015, infatti, sono stati pubblicati i risultati di una serie di trial che hanno in comune alcune caratteristiche:
1. l’approccio terapeutico combinato sistemico ed endovascolare;
2. l’utilizzo di sistemi meccanici di trombectomia;
3. un’attenta e rigorosa selezione dei pazienti basata sull’integrazione delle indagini radiologiche volte alla identificazione della sede dell’occlusione;
4. un limite temporale ben definito entro cui somministrare rtPA endovena ed effettuare la procedura endovascolare di trombectomia meccanica.
Dai risultati dei suddetti trial emergono le indicazioni e le raccomandazioni aggiornate in termini di trattamento della fase acuta dello stroke ischemico: nei pazienti con ictus ischemico nei territori del circolo anteriore e documentata occlusione di un grosso vaso è raccomandato l’uso della trombectomia meccanica intrarteriosa preceduta da un trattamento standard con somministrazione endovena di rtPA. In particolare, appaiono dirimenti i seguenti criteri per questa procedura:
1. le neuroimmagini di base devono escludere una emorragia ed identificare al massimo una piccola lesione ischemica;
2. esami radiologici con mezzo di contrasto devono dimostrare l’occlusione prossimale di un grosso vaso del circolo anteriore;
3. la procedura terapeutica deve essere eseguita in centri con comprovata esperienza;
4. la trombectomia meccanica dovrebbe essere eseguita il più precocemente possibile e potenzialmente entro le 6 ore dall’esordio dei sintomi.
Queste opportunità terapeutiche, rappresentate dalla trombolisi farmacologica sistemica e dalla trombectomia meccanica, consentono di ridurre sensibilmente la mortalità e la disabilità. La nuova frontiera per la cura dell’ictus ischemico in fase acuta è la combinazione di trombolisi sistemica e trombectomia meccanica.

L’efficacia della terapia dipende dal tempo e qualifica l’ictus come un’emergenza tempo-dipendente. Nella comunità scientifica è diffuso, nell’ambito delle emergenze tempo dipendenti, il concetto di ritardo evitabile inteso come momento organizzativo alla base dell’esito clinico. Il recupero del ritardo evitabile si fonda sull’efficienza organizzativa del percorso clinico del paziente con ictus acuto. In questo scenario, la differenziazione dei percorsi clinici del paziente con ictus acuto in relazione alle caratteristiche strutturali, professionali, tecnologiche ed organizzative dei centri ospedalieri facilita le scelte del clinico e sottolinea l’importanza delle relazioni operative tra centri nella logica di rete.

IL TEMPO È CERVELLO NELLA MALATTIA DI ALZHEIMER:
IMPORTANZA DI UNA DIAGNOSI PRECOCE E DELLA PREVENZIONE
Prof. Carlo Ferrarese
Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano – Università di Milano-Bicocca
Direttore della Clinica Neurologica, Ospedale San Gerardo di Monza
Consigliere-Tesoriere della Società Italiana di Neurologia

La Malattia di Alzheimer rappresenta la più comune forma di demenza che nel mondo colpisce circa 25 milioni di persone e solo in Italia registra più di 600.000 casi. Dato l’allungamento delle aspettative di vita e l’invecchiamento progressivo della popolazione, le previsioni sono che 2050 vi saranno più di 100 milioni di persone affette, con crescenti costi sanitari ed un enorme impatto economico e sociale.
La malattia di Alzheimer si manifesta clinicamente con iniziali disturbi di memoria, cui si associano nel corso del tempo disturbi del linguaggio, dell’orientamento, delle capacità di ragionamento, critica e giudizio, con perdita progressiva dell’autonomia funzionale. Con il termine demenza si intende proprio la perdita di autonomia, mentre per descrivere i disturbi iniziali di memoria, con autonomia interamente conservata, si parla di disturbo cognitivo lieve o “Mild Cognitive Impairment (MCI)”. Questa condizione, diagnosticabile con opportune valutazioni neuropsicologiche, spesso precede di alcuni anni la demenza vera e propria. Sappiamo inoltre che il processo patologico che colpisce il cervello e che è responsabile della manifestazione clinica di MCI e poi di demenza precede di vari anni queste condizioni cliniche.
La ricerca ha dimostrato infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello di una proteina, chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose ed i loro collegamenti. Oggi è possibile dimostrare l’accumulo di questa proteina nel cervello mediante la PET (Positron Emission Tomography), con la somministrazione di un tracciante che lega tale proteina. Inoltre è possibile analizzare i livelli di questa proteina nel liquido cerebro-spinale, mediante una puntura lombare. Tali esami possono dimostrare accumuli della proteina anche anni prima delle manifestazioni cliniche della malattia. Accanto a questi esami specifici per la proteina beta-amiloide, altri esami quali la risonanza magnetica cerebrale o la PET con un tracciante per lo studio del metabolismo cerebrale (PET FdG) possono documentare una iniziale atrofia od un ridotto metabolismo del cervello anche nelle fasi più iniziali della malattia. Questi esami permettono quindi una diagnosi più accurata, precoce o addirittura preclinica della malattia di Alzheimer, ossia prima che si sia dimostrata clinicamente la demenza. La diagnosi precoce è indispensabile per poter indirizzare il paziente verso strategie terapeutiche, attualmente in fase avanzata di sperimentazione, che potrebbero modificare il decorso della malattia mediante la rimozione della proteina beta-amiloide.
Attualmente nel paziente con demenza sono disponibili solo terapie sintomatiche che mitigano i deficit di memoria o i disturbi comportamentali associati, ma non esiste una terapia efficace nel bloccare l’avanzare della malattia. Per tale motivo riveste un ruolo cruciale proprio una diagnosi precoce di declino cognitivo lieve, perché le nuove strategie terapeutiche sperimentali potranno essere efficaci solo se somministrate nelle fasi prodromiche di malattia, cioè prima che si sia manifestata la demenza in fase conclamata.
Inoltre la prevenzione può giocare un ruolo fondamentale, poiché la ricerca scientifica ha fatto enormi passi avanti nell’identificazione di fattori che incrementano il rischio di sviluppare la patologia: in particolare i fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica, contribuiscono anche ad un rischio maggiore di sviluppare la Malattia di Alzheimer. Da questo ne deriva un ruolo fondamentale per la prevenzione: studi recenti hanno dimostrato che stili di vita adeguati come la corretta alimentazione, e in particolare la dieta mediterranea, ricca di sostanze antiossidanti naturali, l’esercizio fisico, la pratica di hobbies e i rapporti sociali agiscano da fattore protettivo non soltanto nei confronti della malattia di Alzheimer, ma più in generale delle varie forme di demenza esistenti.
Queste considerazioni in merito all’effetto protettivo degli stili di vita derivano da importanti studi epidemiologici degli ultimi anni.
La più recente novità, dimostrata in una popolazione finlandese a rischio per demenza (studio FINGER, pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet nel 2015 – Lancet 2015;385:2255-2263) è che un intervento multidimensionale per due anni, mediante dieta, esercizio fisico costante, training cognitivo, stretto monitoraggio dei fattori di rischio vascolare è in grado effettivamente di rallentare significativamente il declino cognitivo.
Nell’attesa dei risultati degli studi sperimentali con i nuovi farmaci contro la beta amiloide, l’applicazione di questi interventi sugli stili di vita può effettivamente ritardare la comparsa della malattia, riducendone la prevalenza, con un enormi benefici individuali e sociali.

LA DIAGNOSI PRECOCE FA RISPARMIARE RISORSE E SOFFERENZE NELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE: LA MALATTIA DI PARKINSON

Prof. Leonardo Lo Piano
Direttore Struttura Complessa Neurologia dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino

La malattia di Parkinson (MP) è la seconda malattia neurodegenerativa in termine di frequenza, dopo la malattia di Alzheimer. Si calcola che in Italia vi siano circa 250.000 pazienti parkinsoniani. La MP esordisce più frequentemente tra i 60 e i 70 anni; la sua incidenza aumenta con l’età ma nel 10-15% può avere un esordio precoce, prima dei 50 anni. In casi più rari può avere un esordio giovanile, prima dei 40 anni di età.
I sintomi motori cardinali della MP sono rappresentati dalla bradicinesia, dalla rigidità e dal tremore a riposo, e sono dovuti principalmente alla degenerazione di una regione del cervello denominata Substantia Nigra (SN) dove sono localizzati neuroni pigmentati che producono la dopamina, un neurotrasmettitore chimico fondamentale per la corretta esecuzione del movimento. Quando i sintomi motori si rendono manifesti la degenerazione ha già interessato il 60-70% dei neuroni dopaminergici della SN.
La MP evolve classicamente in tre fasi: iniziale (luna di miele), intermedia e avanzata. Grazie all’efficacia di numerosi farmaci dopaminergici i pazienti riescono ad avere una buona qualità della vita per almeno 5-10 anni; successivamente, a causa delle manifestazioni della fase avanzata (fenomeni on-off, movimenti involontari) la disabilità dei pazienti può diventare molto grave con la necessità di ricorrere alle terapie della fase avanzata le quali, pur essendo molto efficaci, presentano un certo grado di invasità (terapie infusionali, terapia chirurgica).
Appare quindi importante un approccio terapeutico in grado di rallentare la progressione di malattia e per far questo occorre intervenire precocemente con farmaci neuroprotettivi. Probabilmente il fallimento dei trials “neuroprotettivi” finora eseguiti è dovuto al fatto che i pazienti trattati, pur in fase iniziale di malattia da un punto di vista clinico, erano già in una fase avanzata in relazione alla durata del processo neurodegenerativo.
Una delle scoperte più importanti degli ultimi anni è rappresentata dalla dimostrazione che il processo neurodegenerativo alla base della MP inizia molti anni prima della comparsa dei sintomi motori e che spesso, durante questa lunga fase possono essere presente manifestazioni non motorie. Queste scoperte hanno una notevole rilevanza poiché se si riuscirà a individuare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia si potrà intervenire precocemente con farmaci neuroprotettivi.
Alla luce di queste nuove evidenze sperimentali la MP è stata recentemente suddivisa in tre fasi partendo dal presupposto che il processo neurodegenerativo possa iniziare molti anni prima della comparsa dei sintomi motori cardinali della malattia:
a) fase preclinica (il processo neurodegenerativo è già iniziato in assenza di sintomi o segni evidenti);
b) fase prodromica (presenza di segni e sintomi, ancora insufficienti per una diagnosi di MP);
c) fase clinica (diagnosi in base della presenza dei sintomi e segni motori classici). La ricerca è molto attiva per cercare di sviluppare criteri attendibili per la diagnosi di MP prodromica; si tratta di criteri ancora utilizzati esclusivamente come strumento di ricerca perché bisogna comprendere la loro reale specificità e sensibilità e perché non sono ancora disponibili trattamenti sicuramente neuroprotettivi in grado di rallentare la progressione di malattia.
Inoltre, la velocità di progressione dalla fase prodromica alla fase clinica varia da paziente a paziente e non può essere prevista in modo affidabile a livello individuale e non esistono ancora strumenti per identificare la MP prodromica con il 100% di certezza. La diagnosi di MP prodromica deve basarsi pertanto su un concetto di probabilità; in un prossimo futuro verranno sicuramente elaborati “algoritmi di probabilità” per individuare i soggetti a rischio sui quali intervenire precocemente.
I principali fattori di rischio correlati allo sviluppo di MP sono rappresentati dall’età, dal sesso (la malattia è più frequente nel sesso maschile), dall’esposizione a pesticidi e solventi, dal non uso di caffeina e dalla genetica (storia familiare di MP oppure mutazione genetica nota).
I markers clinici più importanti della fase prodromica sono rappresentati da alcuni disturbi del sonno (disturbo comportamentale del sonno REM e sonnolenza diurna eccessiva), dalla disfunzione olfattiva, dalla stipsi e dalla depressione. Le indagini strumentali più importanti sono invece rappresentate dalle tecniche di imaging funzionale (SPECT, PET per lo studio delle alterazioni presinaptiche del sistema dopaminergico) e dalla ecografia parenchimale transcranica per individuare il segnale iperecogeno della SN, tipico della MP.
La figura (Lorraine V Kalia, Anthony E Lang, 2015) illustra una visione dello sviluppo della MP che tiene conto anche della fase prodromica; si può notare come alcuni markers clinici quali la stipsi, i disturbi del sonno e la depressione possono precedere di molti anni la comparsa dei sintomi motori cardinali.

parkinson

E’ probabile che altri biomarkers verrano elaborati nei prossimi anni per arrivare con certezza ad intercettare i pazienti in una fase molto precoce del processo neurodegenerativo e sottoporli ad un approccio terapeutico di prevenzione e neuroprotezione.

MALATTIE DEL CERVELLO: COME LA DIAGNOSI PRECOCE CONSENTE SOLUZIONI EFFICACI E CONVENIENTI

Prof. Gianluigi Mancardi
Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova

Molte delle malattie più rilevanti del sistema nervoso sono malattie croniche, ad evoluzione spesso progressiva, con accumulo di importante disabilità, in genere non reversibile. Fra queste malattie possiamo annoverare la sclerosi multipla, le malattie degenerative del sistema nervoso centrale come la malattia di Parkinson e i parkinsonismi, le demenze e il decadimento mentale, molti tumori cerebrali primitivi, le malattie dovute alla cronica esposizione a tossici o malattie carenziali, alcune forme di epilessia, le malattie neuromuscolari acquisite su base infiammatoria o metabolica. Per tutte queste situazioni morbose effettuare una diagnosi precoce ed instaurare una adeguata terapia può volere dire ribaltare il decorso della malattia, procrastinare od evitare la comparsa di problemi motori o cognitivi che profondamente modificano la qualità della vita personale e familiare. Come tutti gli organi, ancor più il nostro sistema nervoso e il nostro cervello, sono organi particolarmente complessi, che se gravemente danneggiati, non riusciamo più a riparare. Dobbiamo identificare al più presto il problema, effettuare una diagnosi il più possibile tempestiva e instaurare una terapia che sia in grado di evitare i danni o che sia in grado di limitarli al minimo. Lo specialista neurologo è necessario per la diagnosi della malattia al suo manifestarsi, quando ancora i sintomi ed i segni sono sfumati e non ancora pienamente conclamati, così come è necessario per iniziare una cura che sappia contenere il problema. Alcuni esempi sono necessari per meglio illustrare la necessità di anticipare i problemi prima che diventino irrisolvibili. La Sclerosi Multipla è, ad esempio, una malattia che ora è relativamente agevole identificare, se si è in grado di valorizzare i sintomi specifici e si effettuano e interpretano correttamente gli esami di laboratorio, come la Risonanza Magnetica, l’esame liquorale, la neurofisiologia, che dimostrano l’interessamento diffuso su base autoimmune del sistema nervoso. È stato dimostrato che iniziare una terapia precocemente causa, a distanza di tempo, un minor accumulo di disabilità e una maggiore autonomia. Al contrario ritardare l’inizio di una terapia, può essere responsabile della comparsa di disturbi non più reversibili e recuperabili. Comprendere in tempi brevi che la terapia effettuata non è pienamente efficace e quindi cambiare la cura utilizzando strategie terapeutiche più incisive, può essere cruciale per mantenere condizioni di salute compatibili con una vita pressoché normale. Attendere senza giustificazioni l’inizio di una terapia incisiva può voler dire, quando la malattia entra definitivamente nella fase progressiva, perdere le numerose armi terapeutiche che abbiamo ora a disposizione. Situazioni simili si verificano in numerose altre patologie del sistema nervoso. Pensiamo alla importanza di effettuare diagnosi precoce e corretta nel campo delle demenze reversibili (le forme di decadimento mentale su base endocrino-metabolica, ad esempio, o le forme causate da alterazioni della circolazione liquorale) o ancora nelle malattie da cause tossico carenziale, in cui la corretta diagnosi permette l’allontanamento da sostanze lesive, o nelle malattie metaboliche, come nelle sofferenze del sistema nervoso periferico in corso di diabete, ad esempio, che se correttamente diagnosticate in tempo, sono curabili e reversibili. Per fare una corretta e precoce diagnosi occorre conoscere il funzionamento del sistema nervoso e occorre conoscere quali sintomi compaiono in caso di alterazioni patologiche. Il neurologo con il miglioramento delle tecniche diagnostiche e la maggior disponibilità di terapie innovative, è in grado di affrontare e di controllare, nella maggior parte dei casi, le più rilevanti malattie del sistema nervoso e del cervello.

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