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Non solo fake news: quando web, social e app aiutano medici e pazienti a migliorare la gestione del diabete

Una visita specialistica, come quella del diabetologo che deve trasmettere al suo assistito l’importanza e la complessità della terapia insulinica, spesso non dura più di 15 minuti. Per il medico potersi interfacciare con pazienti responsivi e già “coinvolti” attivamente nel processo di cura diventa imprescindibile per l’efficacia delle terapie. A questo proposito la tecnologia, il web e tutte le applicazioni della cosiddetta mobileHealth non sono solo forieri di bufale e fake news, al contrario possono rappresentare una preziosa risorsa nelle mani del medico per integrare conoscenze e competenze del suo assistito e rafforzare così il patient engagement. Ma non ci può essere engagement del paziente senza engagement dell’operatore sanitario che, oggi più che mai, necessita di nuovi strumenti per esprimere al meglio la sua professionalità. Questi alcuni degli aspetti che verranno approfonditi nel corso della nuova Scuola per educatori in diabetologia di AMD, in partenza il prossimo 23 febbraio a Roma.

“Oggi gli operatori sanitari della cronicità non possono solo prescrivere una terapia, monitorando se e come il paziente la rispetti”, spiega Natalia Visalli, componente del board scientifico della Scuola per Educatori in Diabetologia AMD, con il ruolo di Direttore. “Devono in prima istanza ‘fare i conti’ con il vissuto della malattia del loro assistito e conseguentemente con i diversi momenti di elaborazione emotiva dalla diagnosi e lungo tutto il percorso di accettazione della patologia. Secondo il modello del ‘patient engagement’ si riconoscono 4 fasi fondamentali: il ‘blackout’ iniziale, la concezione di sé come semplice corpo malato, il sentirsi un paziente e infine di nuovo il percepirsi come persona che vuole essere un valido interlocutore con il suo sistema di cura. In ognuno di questi momenti, la tecnologia può essere un prezioso supporto tra operatore sanitario consapevole degli strumenti da utilizzare e paziente che vuole essere indirizzato verso fonti di approfondimento attendibili: il web è un patrimonio importante di informazioni per integrare le conoscenze; le APP dedicate possono favorire comportamenti di salute, whatsApp, sms ed e-mail semplificano il contatto tra il clinico e il suo assistito; social media e chat, favorendo il confronto tra persone che affrontano la stessa patologia, possono aiutare a superare paure e ad acquisire nuove competenze”.

“Nei moduli della Scuola per educatori in diabetologia AMD – prosegue Visalli – ci sono numerosi spazi dedicati al patient engagement, per formare i diabetologi a utilizzare strumenti che misurino il coinvolgimento attivo del paziente e mettere in atto strategie per realizzarlo. A tal proposito, la nostra Associazione, insieme ad esperti di diversi contesti clinici e istituzionali e a rappresentanti di associazioni pazienti, ha partecipato alla recente Conferenza di Consenso ‘Raccomandazioni per la promozione del patient engagement in ambito clinico-assistenziale per le malattie croniche’, promossa dall’Università Cattolica di Milano e dalla Regione Lombardia, con la supervisione metodologica dell’Istituto Superiore di Sanità”.

Per migliorare qualità, efficacia e sostenibilità delle cure, l’altra faccia della medaglia è l’engagement del soggetto curante, che per primo deve essere fortemente “ingaggiato” nell’alleanza terapeutica. “Malessere e burnout sono condizioni sempre più frequenti negli operatori sanitari alle prese con pazienti cronici che vanno seguiti e motivati costantemente, per molti anni”, evidenzia Giovanni Sartore, Consigliere AMD e componente del board scientifico della Scuola. “I giovani diabetologi, dato il particolare momento storico che vive oggi l’assistenza sanitaria nel nostro Paese, sono particolarmente a rischio. Obiettivo della nuova Scuola AMD sarà quindi anche quello di supportare i medici nel ricostruire una situazione di benessere, consapevolezza del proprio ruolo ed entusiasmo professionale; solo se motivati in tal senso, potranno a loro volta essere in grado di coinvolgere il paziente, lavorando con lui in modo ottimale. Il nostro auspicio, inoltre, è che i primi 25 discenti della Scuola trasmettano gli strumenti e le competenze acquisite ad altri colleghi, in modo che questo progetto formativo così pioneristico abbia una ricaduta a cascata quanto più ampia possibile”.

“Uno degli aspetti più innovativi di questo percorso sta nel porre attenzione, non solo al paziente, ma anche al medico in quanto persona”, commenta Anna Ercoli, psicologa e componente del Comitato Scientifico della Scuola per educatori in diabetologia AMD. “Per la prima volta, infatti, si tenta di dare spazio anche alla sfera personale degli operatori sanitari, spesso restii a mettere a nudo le proprie fragilità, e non solo nell’ambito delle competenze mediche, relazionali e organizzative. La relazione ‘che cura’ necessita di due persone che, con modalità diverse, devono concentrarsi su sé stessi per recuperare una condizione di ben-Essere che possa favorire, in modo significativo, anche l’alleanza terapeutica. Il medico che sta bene con sé stesso, può influenzare positivamente il suo assistito per renderlo respons-abile della sua malattia. Al contrario se il medico si trova in uno stato di mal-Essere si sentirà demotivato e difficilmente saprà stimolare il paziente. La Scuola prevede due moduli durante i quali cercheremo di risvegliare riflessioni e fornire alcuni strumenti utili per recuperare il rapporto con sé stessi e dare nuovo senso alla propria identità professionale”.

Fonte: Ufficio Stampa Value Relations

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