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Gli effetti benefici dell’allenamento aerobico per la salute del cuore. Intervista al dott. Luca Paolini

Quali sono le ultime evidenze scientifiche in merito agli effetti benefici dell’allenamento, in particolare quello aerobico come la corsa, per la salute del cuore? L’abbiamo chiesto al dott. Luca Paolini, Dirigente Medico di Cardiologia all’Ospedale di Rho.

Fa davvero bene l’attività aerobica?

“Assolutamente sì, le ultime linee guida ce lo confermano. L’attività fisica sportiva di tipo aerobico, ovvero quella che allena il cuore e l’apparato cardiocircolatorio ha fondamentali effetti sull’organismo e la salute in generale, migliorando anche la prognosi di vita delle persone, sia in soggetti sani che in soggetti cardiopatici. Allenando il cuore la frequenza cardiaca basale (tra i 60 e 100 battiti per minuto a seconda del soggetto) dopo circa 2/3 mesi di allenamento si abbassa di 10/20 bpm a testimonianza che il cuore lavora meglio e ha bisogno di contrarsi un numero inferiore di volte per assicurarsi la stessa gittata cardiaca.
Lo sport aerobico in generale scarica inoltre le tensioni emotive portando dei notevoli benefici per chi soffre d’ansia e i disturbi ad essa collegati quali cefalea, irrigidimento nucale, stanchezza cronica, pesantezza delle gambe.”

Il cuore allenato sa reagire ma per allenarsi necessità di un’attività continuativa nel tempo?
Ma che cosa si intende per attività continuativa nel tempo?

“Le linee guida per la prevenzione delle malattie cardiovascolari sono chiare e suggeriscono di svolgere attività aerobica almeno per 75 minuti a settimana se l’attività fisica prevede un sforzo importante come può esserlo una corsa ad andatura sostenuta (9/10 km/h). L’allenamento deve ovviamente essere graduale, specialmente se si è fermi da diverso tempo. Altrettanto importanti sono l’alimentazione, con il giusto apporto di carboidrati e proteine, ma anche il riposo, fondamentale per il recupero delle energie e il recupero muscolare.” 

È utile monitorare il battito cardiaco durante l’allenamento?

“Assolutamente sì. Da circa settant’anni c’è una formula che identifica la frequenza cardiaca teorica massima per ogni persona, valida per uomini e donne e viene usata anche durante le prove da sforzo nei pazienti cardiopatici: 220 – l’età. Per fare un esempio, un paziente di 50 anni avrà una frequenza cardiaca teorica massima di 170 bpm. Le linee guida consigliano di portare la frequenza massimale tra l’80 e il 90% rispetto a questo valore quindi in questo caso parliamo di 150/160 bpm. Con l’allenamento la frequenza massimale come quella basale in ogni si abbasseranno.”

L’allenamento può andare a ridurre o a sostituire l’utilizzo dei farmaci nel caso di pazienti cardiopatici?

“Porto un esempio. Un paziente che ha un infarto miocardico deve fare a vita una determinata terapia che comprende sempre il betabloccante, un farmaco che serve a ridurre la frequenza del cuore a riposo fino a portarlo a 60 bpm secondo le linee guida. Se un paziente arriva ai 60 bpm da solo anche a seguito di un infarto non avrà bisogno di betabloccante, che comunque è un farmaco che agendo su tutta una serie di funzioni veicolate dal sistema simpatico ha diversi effetti collaterali, tra i quali la riduzione del tono dell’umore, riduzione della libido, impotenza.”  

 

Redazione

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