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Micobatterio Chimera: Osservatorio Malattie Rare fa chiarezza insieme agli esperti

Roma, 11 dicembre 2018 – Sei decessi, e 16 casi di infezione in Veneto, nell’arco di 8 anni gli sono valsi l’appellativo di “batterio killer”. Accurate indagini sono riuscite a risalire al suo vero nome: Mycobacterium chimaera, appartenente alla grande famiglia dei micobatteri non tubercolari (NTM). Dopo la scoperta, ai centralini telefonici degli ospedali e dei laboratori privati di analisi, soprattutto in Veneto, sono cominciate ad arrivare telefonate allarmate di cittadini preoccupati per il contagio. Osservatorio Malattie Rare ha cercato di fare chiarezza intervistando due dei massimi esperti italiani del settore: il dott. Luigi Ruffo Codecasa, Responsabile del Centro di Riferimento per la Tubercolosi della Regione Lombardia (CLICCA QUI PER LEGGERE L’INTERVISTA COMPLETA) e il prof. Giovanni Delogu, dell’Istituto di Microbiologia del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma (CLICCA QUI PER LEGGERE L’INTERVISTA COMPLETA). Ecco le risposte degli specialisti.

Che cos’è il Mycobacterium chimaera?

Dott. Codecasa: “Il chimaera è un micobatterio non tubercolare che fa parte della famiglia del M. avium e del M. intracellulare, con i quali condivide alcune caratteristiche per le quali rientra in quello che si può definire avium complex.

Prof. Delogu: “I micobatteri non tubercolari sanno adattarsi a condizioni ambientali sfavorevoli per molti altri batteri ed occupare nicchie ecologiche che li rendono una minaccia sul piano clinico. Sono le pressioni fenotipiche e genotipiche a renderli in grado di aumentare la resistenza agli antibiotici e, talvolta, causare patologia anche in soggetti non immunodepressi”.

Quali sono i sintomi della malattia da M. chimaera?

Dott. Codecasa:I sintomi dell’infezione sono molto vaghi, possono presentarsi a lunga distanza dal momento del contagio e, per certi versi, assomigliano a quelli dell’influenza: febbri prolungate, calo di peso, tosse, astenia, dolore muscolare, affaticamento, disturbi gastrointestinali. In casi più specifici, i pazienti possono osservare la presenza di sangue nell’espettorato. Tuttavia, il contagio non avviene mai da persona a persona”.    

Come avviene l’infezione?

Dott. Codecasa: “Il M. chimaera è ampiamente diffuso nell’acqua e nel suolo e il suo riscontro su campioni di tipo respiratorio è limitato rispetto ad altri micobatteri. Occasionalmente, può colonizzare strumentazioni biomedicali: quello che è accaduto in Veneto”.

Prof. Delogu: “I micobatteri non tubercolari si possono annidare nel suolo e nelle acque, sia quelle naturali che quelle potabili. Attraverso le acque di drenaggio dai boschi, dalle foreste o dai terreni paludosi, possono raggiungere i distretti agricoli e i giardini, contaminando aree a contatto con l’uomo. Può capitare che questi micobatteri si ritrovino nell’acqua degli umidificatori o delle piscine e delle palestre. Anche il soffione della doccia può essere una potenziale fonte di contaminazione”.

Come è avvenuto il contagio nei casi saliti alla ribalta della cronaca?

Dott. Codecasa: “Il M. chimaera ha contaminato la strumentazione che, durante gli interventi di cardiochirurgia a cuore aperto, serve a regolare la temperatura della circolazione del sangue extracorporea. La contaminazione, quindi, ha riguardato semplicemente lo strumento utilizzato. Tuttavia, in casi estremamente rari, il chimaera è in grado di trasferirsi dalla strumentazione diagnostica al paziente. A seconda della localizzazione della colonizzazione e della sua successiva attivazione come patogeno, la prognosi può essere più o meno sfavorevole. Se il micobatterio si impianta a livello respiratorio o ad altri livelli, intaccando altri organi, può provocare una patologia di per sé piuttosto impegnativa”.

Come si esegue la diagnosi?

Dott. Codecasa: “In una localizzazione così atipica come quella dei pazienti venuti in contatto con il M. chimaera in sala operatoria, la diagnosi se effettua eseguendo un’emocoltura [esame colturale del sangue, N.d.R.] perché il batterio ha raggiunto le valvole cardiache. Negli altri casi, si esegue con un esame colturale dell’escreato, utile per l’identificazione di batteri, funghi o parassiti del tratto respiratorio, maggiormente colpito da questo tipo di infezioni. Non esistono test diagnostici su prelievo endovenoso di sangue e nemmeno la ricerca di anticorpi specifici”.

Esiste una terapia?

Dott. Codecasa: “La gran parte dei pazienti colpiti da malattia da micobatteri non tubercolari viene curata con cocktail di terapie antibiotiche lunghe e complicate. Di norma, il paziente immunocompetente riesce a tenere sotto controllo il patogeno, ma nei soggetti immunodepressi, come in quelli affetti da HIV o da fibrosi cistica, la situazione può raggiungere alti livelli di drammaticità, come accaduto al paziente veneto, dove la somma di diversi fattori gravi è sfociata in una situazione dall’esito infausto. I micobatteri non tubercolari sono sicuramente agenti patogeni di notevole importanza, ma la definizione “batterio killer è un po’ esagerata e rischia di instillare sfiducia nella gente, nei confronti dei reparti ospedalieri, magari dissuadendo qualcuno dal sottoporsi ad operazioni chirurgiche necessarie e salvavita”.

 

Fonte: Ufficio Stampa O.Ma.R – Osservatorio Malattie Rare

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