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La bella addormentata della musica. Perchè i musicisti italiani fuggono all’estero?

Si parla spesso di cervelli in fuga in ambito scientifico, ma l’opinione pubblica rivolge generalmente poca attenzione all’abbandono del nostro bel paese da parte di musicisti, di neodiplomati nei conservatori o anche di professionisti con esperienza. In Italia abbiamo prestigiosi Istituti di formazione musicale ma manca un’educazione alla musica fin dall’infanzia, allargata a tutti, necessaria per coltivare un vasto pubblico che garantisca ai musicisti più occasioni di lavoro. L’Italia soffre purtroppo della “sindrome della bella addormentata della musica”. Quali sono allora i paesi più ambiti dai musicisti italiani per “risvegliarsi” in un ambiente propenso alla musica? Quali le possibili soluzioni per ridurre l’esodo delle nostre eccellenze e ridestare nei cittadini italiani l’attenzione al mondo dei musicisti?

L’Italia è la patria di Verdi, Puccini, Vivaldi, Tartini, Morricone e di tanti altri compositori e di interpreti di fama internazionale. Diversi direttori italiani hanno diretto grandi orchestre sinfoniche all’estero o ancora oggi hanno contratti con importanti istituzioni musicali fuori dall’Italia. Pensiamo ad esempio oggi a Riccardo Muti, dal 2010 direttore stabile dell’Orchestra Sinfonica di Chicago. Oltre alle grandi eccellenze italiane presenti e passate ci sono tanti musicisti che hanno lasciato l’Italia negli ultimi trent’anni per avere migliori opportunità di lavoro o semplicemente per respirare l’aria di un ambiente culturale più favorevole alla musica. In Italia abbiamo prestigiosi Conservatori e numerose scuole a indirizzo musicale, ma manca un’educazione alla musica fin dall’infanzia, allargata a tutti e necessaria per coltivare un vasto pubblico che garantisca ai musicisti più occasioni di lavoro. L’Italia soffre insomma della “sindrome della bella addormentata della musica”.

Quali sono allora i paesi più ambiti dai musicisti per “risvegliarsi” in un ambiente propenso
alla musica? Quale percezione hanno i musicisti italiani all’estero dell’attenzione che i paesi in cui si trasferiscono rivolgono al mondo musicale? Quanti di loro progettano di rientrare in Italia?

Un esempio tra molti è quello dei fratelli Luca e Andrea Ceruti, rispettivamente violista e violinista, cresciuti a Milano e diplomati al Conservatorio Giuseppe Verdi. Di madre berlinese, attenta all’educazione musicale, dopo corsi di perfezionamento in Italia e all’estero, un’esperienza presso l’Orchestra Giovanile Italiana a Fiesole e  attività in varie orchestre straniere in Italia e in Europa, all’inizio degli anni novanta sono approdati al Gran Teatre de Liceu di Barcellona. Un’opportunità vincente, perché erano anni critici per le orchestre sinfoniche italiane, quando molte  scomparivano per mancanza di finanziamenti e le quattro orchestre della Rai furono accorpate in un’unica istituzione. E i giovani musicisti che hanno proseguito gli studi all’estero hanno toccato con mano il confronto tra l’Italia e il resto d’Europa.

“Quando scendevo alla fermata della metropolitana Staatsoper ”, racconta Luca Ceruti, che parallelamente alla formazione viennese alla Musikhochschule ha svolto per due anni un’attività di viola aggiunta presso la Wiener Staatsoper, “mi rendevo conto dell’ammirazione che la gente aveva per la figura del musicista.   Riconosceva dall’abito e dallo strumento nella custodia il mio ruolo e venivo guardato con rispetto. Vienna respira musica e ama la musica, fin dai tempi di Mozart, che la definiva Stadt der Musiker, città dei musicisti “.Riflettendo sulla condizione dei musicisti all’estero Luca ricorda un’esperienza all’inizio degli anni novanta in un’orchestra in Costarica in cui venne reclutato sulla base di un curriculum inviato per posta. Lì l’attività di orchestrale era poco remunerata e richiedeva lo svolgimento di attività professionali parallele per poter sbarcare il lunario. Una situazione dunque non dissimile da quella italiana. “ In realtà rispetto agli altri continenti l’Europa”, dice Luca, “è  ancora il miglior posto in cui vivere”. Ma Luca non sente l’esigenza di tornare a vivere in Italia e afferma di essersi ambientato in Spagna, un paese che gli ha dato il lavoro e l’amore e dove, come il fratello Andrea, ha formato una famiglia. “I colleghi italiani che vengono a suonare a Barcellona mi dicono di non tornare, perché in Italia è tutto più difficile”, aggiunge.

L’orgoglio italiano è invece il forte collante tra l’arpista Loredana Gintoli e il paese d’origine, nonostante la residenza a Berlino e l’attività concertistica svolta in prevalenza tra la Francia, la Germania e altri paesi europei. Il motivo della scelta non è legato solo ad esigenze familiari, ma anche alla consapevolezza che la musica nel resto d’Europa e in particolare in Germania ha un posto speciale nel cuore dei cittadini. Il trasferimento di Loredana a Berlino tanti anni fa è legato al lavoro iniziato a Berlino Ovest all’epoca della Germania divisa, poco dopo il diploma ottenuto al conservatorio di Milano. Dalla fine degli anni ottanta collaborò con la Komische Oper, poi con la Staatsoper e da lì le richieste aumentarono. In qualità di arpista barocca ricorda come sia stato da sempre un piacere lavorare   con gruppi storici, pionieri nella musica antica, come ad esempio la Akademie für antike Musik detta AKAMUS. La scelta del paese di Bach come fissa dimora è stata una decisione naturale, per le grandi opportunità che offriva e che tuttora propone. “Berlino è una città straordinaria: giovane, dinamica, vivace, legata alla sperimentazione, ci sono molte possibilità di andare oltre alla musica classica convenzionale, aspetto non trascurabile“, afferma Loredana Gintoli, “soprattutto dopo la caduta del muro si è percepita un’energia coinvolgente.” L’amore e l’ammirazione per la Germania non escludono per Loredana un forte legame con l’Italia, anche dal punto di vista professionale. In particolare non è mai stato reciso il cordone ombelicale con Milano, città natale, sede della formazione musicale e luogo degli affetti. La Sicilia con i suoi colori e profumi rappresenta invece le radici familiari. Per diversi anni Loredana, pur vivendo a Berlino, ha mantenuto un incarico al Conservatorio di Palermo il cui dipartimento di musica antica, dice Loredana, è molto ben organizzato e arricchito da inviti di artisti stranieri che vi tengono master class. Si tratta di un conservatorio con moltissimi allievi. Tornerebbe stabilmente in Italia? La natura poco sedentaria non le impedisce di escludere questa eventualità. Alla richiesta di indicare altre città oltre a Berlino che offrono opportunità di lavoro ai musicisti, Loredana risponde che non ce n’è una in particolare, dipende anche dalla specializzazione del musicista. In ogni caso la Germania è un luogo dove comunemente c’è tantissima attenzione per la musica e la cultura.

La situazione per i giovani di oggi non è cambiata, cosi come non è mutata l’immagine della patria di Bach, Beethoven, Schumann e di altri grandi musicisti è confermata da Willy Bettoni, giovane musicologo di origine veronese diplomato in pianoforte al Conservatorio di Padova. “I giovani italiani scelgono questo paese  per una questione di opportunità e di merito. Chi si impegna ottiene un’audizione, mentre in Italia spesso contano di più gli agganci”, dice Willy parlando della Germania. Oltre alle grandi città, qui anche i piccoli luoghi dispongono di orchestre e Musikhochschulen, quindi c’è più richiesta di musicisti. Anche il pubblico è molto più vasto, grazie all’attenzione riservata alla musica già negli anni di formazione nelle scuole. “Un bambino che cresce suonando e studiando musica sarà un potenziale pubblico”, riflette Willy, “perché avrà un piacere naturale a godere della musica.”
Willy si è trasferito in Germania per unire due passioni, ossia quella per la lingua tedesca e l’amore per la musica. Conseguita la laurea magistrale in musicologia a Bologna voleva vedere come funziona al di fuori dell’Italia il mondo della musica.
“Per le nuove generazioni”, afferma Willy Bettoni, “la nuova casa non è più l’Italia, ma l’Europa. Tutti vogliono andare a vedere cosa avviene in Europa”. Dall’altro lato l’Italia rappresenta per il Giappone, gli Stati Uniti, la Cina ancora oggi un luogo mitico per la musica. Questo fa si che esista un intenso scambio tra i paesi dell’Estremo Oriente, gli Stati Uniti e la patria di Verdi e Puccini. Tra i tanti giovani musicisti italiani che migrano in Germania moltissimi, una volta finiti gli studi, partecipano a concorsi per l’ingresso in orchestre europee. Pochi sono quelli che tornano in Italia. Chi finisce la formazione in Germania si sottopone generalmente ad audizioni in Svizzera, Germania e Austria.

Che cosa fare dunque per trattenere i nostri musicisti in Italia? La risposta è corale: bisogna che la musica abbia più spazio a partire dalla scuola primaria. Oltre alla nostra tradizione musicale abbiamo luoghi storici meravigliosi con proprietà acustiche invidiabili e dobbiamo pertanto fare in modo che nella società italiana ci sia sempre più musica, come un vortice in crescita che risvegli la nostra addormentata cultura musicale a nuova vita.

 

Isabella Longo

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