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La biodiversità vocale nell’era dei talent

La voce è uno strumento e come altri può essere oggetto di insegnamento. La rapida diffusione dei talent show televisivi ha influito molto sul panorama della didattica musicale, rischiando di dimenticare la pluralità delle voci e tendendo ad omologarle per renderle più “commercializzabili” secondo logiche di mercato. Il format del talent-show non accenna ad arrestarsi, anzi viene esteso alle navi da crociera, alle serate karaoke e a volte anche all’ambito aziendale. Questo è il presupposto da cui si dipana la lunga dissertazione di Francesco Forges nel suo libro “Critica della Voce. Appunti in difesa della biodiversità vocale” edito da CRAC edizioni.

Cantante eclettico, compositore, flautista e insegnante di canto jazz e pop in scuole private e civiche e più recentemente nei conservatori di Genova, Venezia, Monopoli e Trieste, Francesco Forges presenta nel suo saggio un ampio e spettro di esempi di singolarità delle voci e suggerisce quali aspetti fondamentali della didattica possono preservare le voci dalla standardizzazione.

L’idea ispiratrice del libro, ossia il concetto di “biodiversità vocale”, per l’autore non è altro che l’applicazione all’ambito della voce di un termine comunemente utilizzato in riferimento alla flora e alla fauna. Per Forges l’idea di difendere questa diversità è nata durante una sua visita all’acquario di Genova, dove notò una rana che assomigliava a un pomodoro. Proprio come questa “rana – pomodoro” è rimasta impressa nella sua mente è la singolarità di una voce quello che consente di ricordarla, quello che la rende interessante al punto da imprimerla nella memoria della gente. Tuttavia molte delle voci che concorrono nei talent show, afferma Forges, sono generalmente più imitative e vengono facilmente dimenticate.

Parlando di biodiversità ci si riferisce in particolare alla voce naturale. Ma qual è la differenza tra voce impostata (lirica) e voce naturale?

“La voce impostata”, spiega Forges in un’intervista per Radiowellness a Musica Senza Confini, “È quella che serve per eseguire la musica classica, principalmente la musica lirica o quella sacra con accompagnamento orchestrale. Questa si è sviluppata principalmente in Europa, anche se ne esistono esempi in India e in estremo Oriente. È una tecnica che non prevede l’uso del microfono e nasce dalla necessità di superare l’orchestra sinfonica che suona nella buca unicamente con la potenza della voce, senza ausilio di amplificazione. Il cantante deve inoltre eseguire la nota giusta al momento giusto secondo quanto previsto dal compositore e senza libere variazioni.”

La voce che Forges definisce “naturale” è quella che nasce spontaneamente nelle culture tradizionali e che poi a partire dagli inizi del 900 viene tramandata attraverso la cosiddetta oralità secondaria, ossia la trasmissione orale utilizzando i mezzi di riproduzione del suono, la radio e i dischi e supportata, anche se non agli inizi, dall’utilizzo del microfono. “Si tratta di  una voce che ha altre necessità”, spiega Forges . “Spesso l’esecutore è anche compositore e comunque può rielaborare e rivivere la stessa canzone in tanti modi diversi.” Questo vale anche per il jazz vocale, una forma di cultura vocale tradizionale che si è evoluta sempre di più fino a raggiungere forme molto raffinate e tecniche. Tuttavia i primi cantanti di blues e jazz non erano molto diversi da quelli pop di allora o da quelli della musica etnica.

La singolarità delle voci naturali si riscontra dunque soprattutto nelle vocalità  derivate dalla musica etnica e dalla musica tradizionale. Un esempio citato nel libro è quello di Rokia Traorè, cantante del Mali che canta in inglese accompagnata da strumenti africani. Apprezzata in molti festival europei, il suo percorso formativo è stato segnato dallo scambio con molte culture, ma questo non le ha impedito di mantenere l’originaria e singolare vocalità  africana. “Da Louis Armstrong e Billie Holiday”, scrive Francesco Forges, “Da Bruce Springsten ad Ani di Franco, ….da Roberto Murolo a Pino Daniele abbiamo a disposizione migliaia di voci uniche e in continua trasformazione, voci che adattano i loro canti rituali e le loro canzoni al proprio registro vocale, scegliendo la tonalità più adatta, cosa impossibile nella musica classica.” Grazie alla formazione nata dall’assenza di confini tra generi e a una maturazione come musicista negli ambienti musicali più disparati, Francesco Forges individua con cognizione di causa e senza pregiudizi il valore dell’unicità delle voci.

Ma quali sono gli elementi che rendono una voce unica?  A che cosa si deve la “biodiversità vocale”?

La prima considerazione da cui nasce il libro di Forges è che la voce è uno strumento diverso da tutti gli altri perché non è costruito in serie. I tratti distintivi di una voce, sottolinea l’autore, sono la sua singolarità, la trasformabilità, l’invisibilità e l’articolazione del linguaggio.

La singolarità è legata alle differenze anatomiche tra i cantanti, comprese  quelle dell’apparato vocale. Le varianti presenti in quest’ultimo rendono la voce unica, anche se ognuno cercherà di uniformarla a un modello. La voce è inoltre soggetta a una naturale trasformazione legata alle varie fasi della vita e a fattori esterni. Ci sono poi le parti interne dell’apparato fonatorio, quelle che non possiamo vedere. Per la didattica vocale è di fondamentale importanza imparare a percepire ciò che è invisibile per poterlo utilizzare al meglio, sviluppando una buona tecnica vocale. Infine una voce è uno strumento che parla, sottolinea Forges e ogni lingua possiede suoni diversi.

Che relazione c’è dunque tra l’unicità della voce e il panorama dell’insegnamento del canto nell’era dei talent show? Come è cambiata la didattica vocale del pop negli ultimi 30 anni?

Forges ricorda la propria esperienza giovanile negli anni 80, dopo aver terminato gli studi al Conservatorio come flautista, quando cantava in una band e iniziò a prendere delle lezioni di canto con delle giovani insegnanti, delle vere pioniere. “Il grande cambiamento nell’insegnamento del canto naturale” – spiega Forges – “è avvenuto  inizialmente con il revival del musical, che necessitava cantanti molto preparati dal punto di vista tecnico e in grado anche di recitare e ballare. Poi è sopraggiunto il karaoke, che ha ampliato a dismisura la platea di quelli che volevano cantare e inseguito sono nati i talenti show. Grazie a quest’ultimo fenomeno si sono sviluppati nelle scuole di canto americane metodi poi diffusi in modo dilagante dai vocal coach.”

A tutti gli effetti è il vocal coach un allenatore, una figura nata negli USA con principalmente con l’intento di allenare cantanti già formati. Il più famoso è Seth Riggs, che ha guidato cantanti come Steve Wonder o altri grandi nomi. Non si tratta però di insegnanti di canto in senso tradizionale, presuppongono generalmente un percorso formativo già effettuato, cantanti già formati che necessitano solo di un buon allenamento. La biodiversità, sostiene Forges, non viene incentivata perché molti tendono a imitare.

Convinto della necessità di preservare la peculiarità vocale dall’uniformità,  Forges contrappone a quello dei vocal coach un metodo diverso, una propria filosofia che va contro la standardizzazione dei suoni. “Oggi mancano figure come Janis Joplin” dice, riferendosi alla graffiante cantante blues-rock degli anni sessanta. L’obiettivo di un insegnante è quello di insegnare a cantare cercando di trovare la strada unica e singolare per ogni allievo. La prima cosa che l’allievo non deve fare è imitare.

Quali sono i rischi dell’imitazione?

In realtà il vero pericolo delle diffuse metodologie americane sta nel classificare alcune modalità di emissione della voce associate a determinati  sentimenti. Questo riduce l’imprevedibilità dell’intenzione artistica di un cantante. Insegnando delle modalità predeterminate si dà per scontato che esistano solo queste, escludendone altre a discapito della spontaneità o della creatività nell’esecuzione. Tuttavia l’imitazione in una prima fase didattica non è da escludersi. E’ una tradizione da sempre esistente. Il mercato della pop music è quello che cerca l’imprevedibilità, proprio perché la voce diviene immediatamente riconoscibile per la sua peculiarità.

Per fortuna ancora oggi, sebbene spesso fuori dal circuito degli ascolti in rete e della radiotelevisione, esistono esempi del tutto singolari di elevata qualità estetica e grande creatività.

 

Isabella Longo

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