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Halston: la nuova miniserie Netflix

Halston, la vera storia dello stilista che ha ispirato la serie Netflix

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Un visionario. Un artista superlativo. Eppure, un uomo fragile, in balia delle passioni spesso autodistruttive. Ecco chi era Halston, stilista tra i più apprezzati e conosciuti negli anni ’80 protagonista della nuova miniserie in 5 episodi di Netflix ideata e scritta da Ryan Murphy e interpretata da Ewan McGregor.

Basata sul libro Simply Halston di Steven Gaines, Halston, creata da Sharr White, diretta da Daniel Minahan, è una produzione molto accurata e di sicuro fascino che tuttavia lascia un po’ di amaro in bocca per come avrebbe potuto essere. E non è.

Ewan McGregor

Halston, le origini del mito

Ma andiamo con ordine. Chi era Halston? Nato nell’Iowa da una famiglia borghese, Roy Halston Frowick, deve fare i conti fin da piccolo con un padre che non riesce ad apprezzare quel figlio così “sensibile”. Portato per il disegno e per la moda, infatti, Halston viene ritenuto un effemminato dal suo genitore e per questo trattato sempre con indifferenza, se non brutalità.

Unica ad accettare la sua personalità è la madre. Vittima degli attacchi violenti del marito è spesso e volentieri depressa e riesce a risollevarsi grazie alla dolcezza del figlio che prepara per lei dei bellissimi cappelli.

Cresciuto e allontanatosi dalla famiglia, Halston diventa ben presto un modista apprezzato. Il cappellino indossato da Jackie Onassis durante l’insediamento alla Casa Bianca di JFK è disegnato proprio dallo stilista che acquista fama e successo.

Non gli basta.

E questo è un elemento che ben viene evidenziato dalla serie di Daniel Minahan. Sempre alla ricerca di qualcosa in più, Halston vuol veder trionfare il suo nome nel mondo della moda. Decide quindi di disegnare vestiti per la nuova donna degli anni ’70. Una donna che non ha paura di osare, che detesta i fronzoli e ama l’eleganza assoluta. Fatica e non poco a imporre il suo stile minimale, ma con la complicità di collaboratori di successo – la modella designer Elsa Peretti, l’illustratore Joe Eula – conquista la vetta del mondo.

I suoi abiti da giorno in ultra suede ammaliano le ricche signore di Park Avenue, i vestiti leggeri e svolazzanti invece si saldano ai corpi sinuosi delle donne più belle dell’epoca, Lauren Hutton, Angelica Houston, Bianca Jagger. E ovviamente, Liza Minnelli, amica, anzi sorella per Halston.

La strada è quindi tracciata? Neanche per sogno. Perché Halston è un uomo di passioni brucianti. Sperpera soldi in droga e rapporti promiscui, seguendo in tutto e per tutto il trend ipereuforico della New York degli anni ’70-’80. Sceglie quindi di cedere il suo nome all’industriale Norton Simon che lo tratta da gallina dalle uova d’oro, affidandogli la creazione di svariate linee d’abbigliamento, oggettistica, profumi. Il successo è strabiliante, ma ha un rovinoso rovescio della medaglia: Halston ha venduto l’anima al diavolo, perdendo di fatto il suo nome.

Dopo un picco altissimo arriva l’abisso: il fallimento della sua attività, la fine del rapporto con il modello Victor Hugo che lo ricatterà a lungo per alcuni filmati osè, l’AIDS e infine la morte.

Halston: una scena
Krysta Rodriguez è Liza Minnelli

Cosa va nella serie

Inutile negare quanto possa essere affascinante una figura del genere e soprattutto un ambiente così folle come la New York del leggendario Studio 54. Da un punto di vista del décor, dunque, Halston mantiene le sue promesse. Costumi bellissimi, case favolose, un tripudio di situazioni e vite costantemente bigger than life.

Cosa non va nella serie

Non va la piattezza del protagonista, o meglio del racconto del protagonista. Infantile, ostinato, incosciente. Verrebbe quasi da pensare che abbia meritato una fine così “ingloriosa”. Ma non può essere così, ovviamente. Il punto è che non ne è stata mostrata la sua complessità. Preferendo invece calcare la mano sui suoi eccessi (tutti e ben documentati).

Dei tormenti di un artista che perde il suo nome, il suo bene più prezioso, non c’è traccia.

Così come non vengono messi a fuoco i rapporti d’amicizia/interesse. Tutto è etereo e superficiale.

Male anche l’interprete Ewan McGregor che non riesce ad entrare nei panni del suo alter ego artistico, restituendolo in maniera appena sufficiente.

Perché oggi nessuno ricorda Halston? Avrebbe dovuto essere questo lo spunto iniziale del racconto. L’analisi di un fallimento artistico, imprenditoriale, umano di un grande della sua epoca. Non pervenuto.

Ewan McGregor è Halston

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Francesca Fiorentino

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